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Gli eventi
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Fabio Genovesi
nasce a Forte dei Marmi nel 1974, fa le elementari e le medie come tutti e poi sceglie il liceo scientifico perché è il più vicino a casa. Ma suoi veri maestri sono i lunghi pomeriggi tra fossi e canali, e suoi compagni di scuola carpe, tinche e lucci, topi, rospi, zecche e altre bellezze del creato.
Si iscrive a filosofia perché almeno dopo trova subito lavoro, e intanto gira le località di pesca meno gettonate d’Europa e degli Stati Uniti, dove sfiora l’arresto a causa di un würstel incautamente arrostito in un bosco.
Spende così i pochi soldi messi da parte coi lavori stagionali: raccattapalle in un tennis club, portatore di spese a domicilio, cameriere, aiuto bagnino, guida ciclistica e insegnante di italiano per americani, giardiniere, rivenditore di pellicole e poster di film sexy e horror anni settanta. Conduce un furioso programma radiofonico heavy metal, e collabora con la rivista “
Flash” occupandosi di musica e cinema dell’orrore. Intanto scrive monologhi e spettacoli teatrali, soggetti per il cinema e documentari, traduce vari autori americani legati alla musica, tra cui Lee Ranaldo dei Sonic Youth e Les Claypool dei Primus per la casa editrice Quarup, oltre a Hey Rube, la Spirale discendente dell’Idiozia di Hunter S. Thompson (quello di Paura e Disgusto a Las Vegas), per Fandango. Nel 2007 esce – solo in Toscana – la raccolta di racconti Il bricco dei vermi, e l’anno successivo tocca al primo romanzo, Versilia Rock City (Transeuropa), più volte ristampato.
Collabora con “Rolling Stone”, “GQ”, “La Repubblica”, “Il Tirreno”, “Satisfiction” e altri giornali, e nel gennaio 2011 Mondadori pubblica il suo secondo romanzo, Esche Vive, che Fabio – con la deformazione del pescatore – considera la sua cattura record: 400 pagine una sull’altra. Lavora anche alla stesura di diversi saggi, tra cui il più notevole resta Come insidiare la trota con la mosca sommersa (a oggi dolorosamente inedito).
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27 gennaio 2012 - Giornata della Memoria
Allestita una piccola mostra bibliografica, della durata, di una settimana, che vuole essere un approfondimento di lettura sul tema della Shoah.

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Danela Stallo - La città sul mare
Il fatto è che credo esista davvero, la città sul mare. Sono certa di aver fatto un viaggio, di averla vista e di esserci anche vissuta. Quelli a cui l’ho raccontato, però, mi hanno detto che l’ho soltanto sognata mille volte, una città così, lontana dieci giorni e dieci notti, popolata di gamberi vanitosi, di figure fantastiche e di leggende.
Coi suoi sentieri scavati nel mezzo delle strade e le sue necropoli sotterranee, la città sul mare sarebbe un luogo immaginario. Pare che me la sogni con braccia e gambe come fosse una donna vera, che soffre e rapisce le persone, che perde, in certe sere speciali, insieme alla forza di gravità, monumenti e palazzi; una città stanca, calda e umida, battuta dallo scirocco; una città posseduta da un mostro notturno e da una antica tristezza, ma che sogna pure lei, ricorda, cerca la giustizia e la verità, sopporta rassegnata linchetti dispettosi.
Una città, che, di mestiere, aspetta. E che vive all’ombra di un ponte girevole d’acciaio, magico e misterioso, che gira sull’acqua e nel cielo, unendo la città alla terra. Forse hanno tutti ragione: l’ho sempre soltanto guardata dalle sponde di un gigantesco miraggio, coi ristoranti spenzolati sulle lampare, i cantieri navali sullo sfondo di una barca a motore che tagliava l’aria, cento strade disposte, senza sbagliare mai, a angolo retto. Secondo loro, avrei voluto, e vorrei, che esistesse, una città del genere: così la invento col desiderio. Eppure certe volte, in pieno giorno e a occhi aperti, mi arriva un’immagine e sento un profumo: sembrano dei ricordi, ma forse sono ancora frammenti di visioni. Per questa città provo amore e nostalgia, rabbia e sgomento, come fosse vera. Tutti dicono che l’ho inventata. E allora ho scritto le storie della mia città sul mare: per raccontare di lei ai bambini che non l’hanno mai vista né pensata, per chi ha provato a raggiungerla senza riuscirci, per quanti, pur nel sogno, hanno voluto lasciarla. Bambini veri e bambini diventati adulti, che quel sogno lo fanno ancora, pure al risveglio.
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